Qualcosa di Sava (TA)
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A cura del GRUPPO CULTURALE SAVESE *** (blog in costruzione)+++ |
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L’abitato e il suo agro (verso ovest) sono prossimi a quello che in età magnogreca fu il confine tra la chora o territorio della colonia spartana di Taranto e il territorio dei Messapi (in particolare i centri messapici di Oria-Manduria). Non pochi, ma poco studiati perché quasi tutti dispersi, i fortuiti rinvenimenti di antichi insediamenti e tombe nell’abitato e nelle contrade agricole di Sava.Numerose le monete magnogreche rinvenute nel territorio: in particolare un tesoretto eccezionale, a giudizio di noti studiosi italiani e stranieri (Sambon, A.Evans, A.Stazio), per il numero dei pezzi e la qualità dei conii, fu rinvenuto presso Sava (sito non precisato) nel 1856. Testimone, tale tesoretto, di relazioni e scambi tra l’ambiente magnogreco di Taranto e le fortificate città messapiche di Oria e di Manduria che, molto probabilmente, dovettero avere, nell’area dell’odierno abitato di Sava, una ‘ridotta’ militare, una sorta di ‘testa di ponte’ verso la chora tarantina. |
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Come già accennato, testimonianze e indizi certi del passato nonché più recenti rinvenimenti fanno ritenere che proprio in contrada Aliano (a circa km 2 da Sava, verso ovest) si sarebbe attestato (unitamente ad un phroùrion tarantino=masseria fortificata, con indizi del culto dei Diòscuri) un tratto del confine di sud-est della chora di Taranto magnogreca (il cosiddetto Limitone dei Greci o Paretone) eretto, molto probabilmente, nell’ultimo periodo (metà sec.IV a.C.) delle lunghe sanguinose lotte contro i fieri Messapi che mai Taranto riuscí a sottomettere né poté estendere più di tanto il proprio territorio verso quello messapico.Opportuni scavi archeologici nella suddetta contrada Aliano da parte delle competenti autorità fornirebbero sicuramente maggiori indicazioni. |
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Non sono mancati, nell’abitato e nell’agro, sporadici rinvenimenti di monete d’età romana, repubblicana ed imperiale nonché bizantina e medievale (notevole un tesoretto di gigliati d’argento di Roberto d’Angiò, 1309-43) ma con troppo scarsi indizi di questi periodi storici.Sorgendo la parte piú vecchia del paese su un vasto banco di roccia arenaria, il cosiddetto tufo (lat.: sing. sabuum; pl.sàbua, da cui, forse, il nome del paese, nome che tuttora solo qualche vecchio savese suole pronunciare: Sàua, con labiale aspirata), in abituri e ricettacoli colà scavati (una leggenda locale racconta di camminamenti sotterranei) potrebbe essersi continuata la vita della piccola comunità durante i secoli della tarda romanità e del medioevo.I quali secoli, soprattutto quelli del medioevo, furono convulsi, di accadimenti e vicende, in questa parte d’Italia (porta d’Oriente e d’Occidente) dove antichi e recenti elementi di culture diverse (romana, bizantina, longobarda, araba, normanna) si confrontavano e si scontravano in una successione turbolenta di fatti piú o meno importanti ma purtroppo o privi di accorti cronisti o privati, per distruzioni e saccheggi, delle cronache che qualcuno potrebbe aver compilato.Anche per questi aspetti, immersi nel buio della storia di questa parte della Puglia (come testimoniano le sicure tracce di non pochi insediamenti medievali limitrofi al territorio di Sava), indizi pur labili s’intravedono in tradizioni e leggende locali. |
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Il culto per S.Giovanni Battista (a Casalnovo=Manduria e a Maruggio sono attestate mansioni templari come anche a Francavilla F., Mesagne, Oria e Brindisi), unitamente a una leggenda 'giovannea' tramandata oralmente e, inoltre, tracce documentarie, tutto ciò potrebbe 'tradire' anche per Sava la presenza dei Cavalieri Templari fino all'anno della soppressione di quest'ordine cavalleresco (1310).La prima menzione scritta del casalis Savae, parte del Principato di Taranto infeudato agli Orsini del Balzo, si trova in un documento del 1417 di Giovanna II d’Angiò-Durazzo (1414-35) regina di Napoli.Pare che nel corso di quel sec.XV la vita degli abitanti del casale fosse alquanto precaria perché esso era feudalmente improduttivo e perciò non risulta registrato nei documenti dei principi di Taranto, prima di Raimondello Orsini del Balzo (seconda metà sec.XIV-1406) e poi di suo figlio Giovanni Antonio (1395?-1465), il piú potente feudatario napoletano del Quattrocento.Dal punto di vista dialettologico, le affinità tra il dialetto savese e quello dei tre centri brindisini, relativamente vicini, di Oria, Torre S.Susanna ed Erchie (anch’essi, come Sava, appartenenti alla diocesi di Oria) hanno fatto ipotizzare (per analogia con attestate situazioni coeve) un trasferimento di nuclei di famiglie dai tre abitati suddetti per potenziare (o ripopolare?) la forse troppo ridotta comunità savese sì da ‘marcare’ il suo dialetto-vernacolo.Infatti, troppe e troppo evidenti sono, tra fonetica e lessico, le somiglianze dialettali e vernacolari, tra ‘le parlate’ dei suddetti paesi brindisini con Sava per non ipotizzare, con la debita prudenza, una sorta di ‘immigrazione interna’ nell'àmbito della stessa diocesi. A ciò si deve aggiungere l’arrivo e lo stanziamento di soldati albanesi e levantini con le proprie famiglie (albanese è, infatti, l’origine di non pochi cognomi savesi, come pure l’incremento demografico di alcuni paesi limitrofi, per es., S.Marzano di S.Giuseppe, e vicini a Sava formanti la cosiddetta Albania Salentina) al sèguito del loro condottiero Giorgio Castriota Skanderbeg (1403-68) accorso in aiuto del re di Napoli Ferdinando o Ferrante I d’Aragona (1458-94) per fronteggiare la rivolta dei baroni (1460-63).Tale immigrazione di albanesi dovette contribuire al ripopolamento del casale di Sava allora infeudato ai del Tufo prima e ai Mayra o Mayro dopo, fino al 1520 quando il feudo di Sava, coi suffeudi Aliano e Pasano, passò alla famiglia leccese Prato.I Prato, baroni, ebbero Sava, Aliano e Pasano dal 1520 al 1630, anno della morte dell’ultima diretta discendente, Ippolita, che esercitò i diritti feudali in forma piú mite rispetto alla trista esosità dei baroni di Terra d’Otranto. Si deve a questa famiglia la costruzione del palazzo, oggi sede del Comune, e della prima parrocchiale savese, la chiesa di Mater Domini.Sei anni prima della morte, la baronessa Ippolita Prato, negli Intercetera Testamentaria, aveva assegnato ai Gesuiti, dai propri beni burgensatici (cioè i beni suoi personali), un capitale di ducati 800 cui aveva aggiunto ducati 1.200, destinandoli a tre ‘maritaggi’ annuali a favore di ragazze povere di Sava. Lasciò, inoltre, una cospicua somma alla Compagnia di Gesù per la fondazione di un Collegio della stessa Compagnia in Napoli o nelle provincie di Bari o di Lecce (il Collegio, infatti, fu quello di Barletta, alla cui erezione e amministrazione contribuirono le ‘decime’ pagate dai Savesi). Ciò fu motivo di annosa e aggrovigliata lite tra gli eredi diretti della baronessa, gli acquirenti dei diritti di costoro e la Compagnia di Gesú. Lite che, con esiti diversi e sempre piú intricati, durò dal 1631 al 1743 risolvendosi, infine, per transazione e col regio assenso di Carlo di Borbone (1734-59) che assegnò definitivamente la Terra di Sava e i suffeudi Pasano ed Aliano ai Gesuiti che, tuttavia, avevano continuato ad amministrare il feudo negli anni della lite.I Gesuiti rimasero feudatari di Sava fino al 1767,anno della soppressione della Compagnia di Gesú, nel deciso programma riformatore, d’ispirazione illuminista, del ministro Bernardo Tanucci (1698-1782).Sembrerà strano ma i Gesuiti non hanno lasciato nessuna testimonianza della loro presenza in Sava (tranne le due statue di santi gesuiti nel santuario della madonna di Pasano). Le rendite, come già si è detto, ricavate nel corso dei 140 anni, furono impiegate per l’erezione del Collegio di Barletta. Tale, del resto, era stata la volontà testamentaria dell’ultima dei Prato.‘La Baronia di Sava coi suffeudi di Pasano e Aliano, abolita la corte locale dei Gesuiti, fu affidata ad un commissario, che ne resse le sorti per piú anni, riscuotendo le rendite, che versava all’Azienda’ di Educazione (una specie di Ministero della Pubblica Istruzione del Regno di Napoli). Questo stato di cose (che favorì una notevole crescita dell’abitato per la cessione a canone di suoli edificatorii) durò dal 1767 al 1806, periodo in cui Sava fu Terra Regia, cioè dipendente direttamente dal re.Dal 1798 al 1810, per acquisti fatti in tempi diversi, Sava ebbe il suo ultimo feudatario nel tarentino Giuseppe De Sinno col fallimento del quale, ma soprattutto per i noti cambiamenti politico-sociali intervenuti in quegli anni in Europa e in Italia con la legislazione napoleonica, anche per Sava si estingueva ogni residuo di feudalesimo. |
